Una voce dall’altro mondo

Angelo Scalzo recensioneUna voce dall’altro mondo (di Gianfranco Monaca)

ho avuto la fortuna di avere tra le mani e di leggere con crescente stupore un libro di storia di cui ho conosciuto cinquant’anni fa l’autore, con il quale ho avuto la grazia provvidenziale (si dice ancora così?) di condividere cinque anni di vita, come prete al servizio degli emigrati italiani in Belgio.

Ho conosciuto Francesco Scalzo alla Missione Cattolica Italiana di Seraing, alla periferia del bacino carbosiderurgico di Liegi, nel marzo 1965. Abbiamo affrontato insieme la difficile transizione di una pastorale italiana di timbro pacelliano alla difficile ricerca di un “aggiornamento” teologico-culturale negli anni immediatamente successivi al Concilio. Un mondo perso nelle periferie delle politiche e delle civiltà, travolto nel turbinio dei naufragi, con le solidarietà e le esclusioni che ogni naufragio produce, nella lotta per la sopravvivenza nella deriva di zattere malsicure e insperati salvataggi. Francesco è nato nel a Valguarnera, nella profonda Sicilia raccontata da Giovanni Verga e non ancora rivelata da Sciascia; tolto dalla scuola in terza elementare per fare la guardia di un gregge di qualche decina di pecore e qualche capra, nel 1946 va a seppellirsi i in una miniera francese di Valencienne, poi in quella belga di Seraing, trasportato dalle maree di una disperata ricerca di lavoro e di libertà, ma con una irriducibile consapevolezza della propria dignità e del proprio bisogno di verità.

Lo scorso marzo ho ricevuto il più prezioso “piego di libri” che mai un postino mi abbia recapitato. Trecentosettantadue pagine di limpide lacrime e di fanciullesche speranze, tenute insieme da una fede rocciosa e da una tenera carnalità, raccontate in una lingua sbalorditiva e selvaggia: tra le reminiscenze del mai abbandonato idioma siciliano e gli innesti della parlata francofona; impasto di dialettismi imprestati dal gergo operaio che rende possibile l’intesa irrinunciabile tra decine di linguaggi confluiti, nella culla antica dell’impero carolingio dalla Mitteleuropa, dalle pendici dell’Etna, dalle montagne del Maghreb, dei Pirenei e dell’Anatolia. Su quelle pagine non è passato il tosaprato di un editore preoccupato di confezionare un prodotto gradevole all’orecchio di lettori smaliziati. Ho provato a correggere le doppie, gli apostofi e gli accenti, se non le concordanze, ma ho smesso alla terza pagina, appena mi sono accorto di essere ridicolo come se avessi tentato di raddrizzare le prospettive in un paesaggio giottesco. Avevo inserito la testimonianza di Francesco con quella di altri dodici emigrati italiani nella mia tesi di laurea all’università di Lovanio e di lì aveva realizzato la convinzione che la sua storia “insignificante” poteva interessare a una facoltà universitaria. Francesco dichiara ripetutamente di aver cominciato a scrivere questi suoi ricordi esclusivamente per sé, e di essere stato indotto a pubblicarli in francese da Anne Morelli, ricercatrice dell’Università Libera di Bruxelles, poi in italiano da Marie Thérèse Coenen, una animatrice culturale belga di lingua francese del CARHOP, che ha intuito la straordinaria ricchezza di questo documento pur senza avere gli strumenti tecnici per “correggerlo” con un “editing” adeguato. Fortunatamente, l’”editing” è stato assicurato da alcuni emigrati di grande intelligenza (fra cui Claudio Pellegrini, prete operaio, romanziere, poeta) che hanno capito l’importanza di lasciare intatto lo “scandaloso” impresentabile manoscritto che forse persino don Milani sarebbe stato tentato di bonificare, con un residuo timore reverenziale per la “professoressa”.

Come le sponde di un carretto siciliano, il libro è illustrato dalle immagini che l’autore stesso ha dipinto, scoprendo nella pittura un suo mezzo espressivo supplementare. Come ha ereditato dalla tradizione dei “pupi” il bisogno di raffiguare i mestieri della vita nella materialità della ceramica dipinta. Un concentrato di millenaria cultura mediterranea rivissuta tra le nebbie e il fumo del paese di Ambiorige, l’eroe che fermò l’avanzata di Giulio Cesare nel “de bello Gallico”.

Manomettere l’opera di Francesco Scalzo significherebbe privarlo di quell’”odore del gregge” che un altro Francesco – anche lui emigrato, ma di seconda generazione – ritiene indispensabile per riconoscere l’autenticità del pastore. Ma qui oltre all’odore del gregge dei monti siciliani si respira la vampata sinistra dell’acciaieria, la micidiale “pussiera” dei settecento metri, le soffocanti esalazioni dei disinfettanti nel pronto soccorso. Per ora se lo è stampato in proprio, perciò è praticamente un manoscritto, ma se un editore accettasse di mettersi in questa avventura dovrebbe capire che si tratta di una lingua diversa da quelle ufficiali, accettandone grafia, grammatica e sintassi. Questo per la forma. Per il contenuto, oltre al valore documentario e di testimonianza diretta delle condizioni sociali e familiari dell’emigrazione italiana del secondo dopoguerra, il risultato è talmente avvincente e umanamente coinvolgente da qualificarlo come uno dei capolavori della letteratura moderna.

Per ordinare il libro <angeloscalzo123@gmail.com>

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