La povertà: una questione di giustizia per adulti e minori

La povertà: una questione di giustizia per adulti e minori

Nel mondo della comunicazione globalizzata, ogni giorno, vediamo attraverso lo schermo di un televisore o di un computer il vasto repertorio d’immagini della povertà minorile nel mondo: bambini denutriti con la pancia gonfia e gli insetti sugli occhi, bambini che giocano tra gli scarti dell’immondizia e le fogne a cielo aperto nelle baraccopoli e nei campi per profughi, bambini che vengono caricati su barconi insicuri oppure che percorrono migliaia di chilometri a piedi per raggiungere i nostri Stati, bambini che lavorano duramente dalla tenera età in condizioni intollerabili di schiavitù e talvolta sono reclutati come combattenti in guerre di cui non conoscono la ragione. La grande distanza dei luoghi in cui questi bambini nascono, crescono e muoiono fa sembrare lontana la tragedia della povertà minorile e ci rende quasi sempre anestetizzati al dolore. Se la povertà dei bambini in luoghi “esotici” appare talvolta sui nostri mezzi di comunicazione, quella che si trova tra noi è resa invisibile per far sembrare il nostro paese sempre “happy”.
In realtà, ora che l’Italia è diventata, a causa della crisi economica, un paese fragile la povertà minorile ha fatto di nuovo la sua comparsa e non sembra più così distante come quella mostrata in televisione.
Le condizioni dei bambini e degli adolescenti poveri italiani, in alcuni casi, non sono più dissimili da quelle delle baraccopoli dei paesi poveri (si pensi a molti campi rom); in altri, sono apparentemente meno gravi, ma altrettanto inaccettabili in particolare perché si verificano in una società ricca rispetto a paesi di altri continenti.
La povertà non è un fatto naturale irreversibile, ma un prodotto della società e della sua organizzazione. La crisi economica ha peggiorato la situazione dei bambini e degli adolescenti in quasi tutte le nazioni europee. Un rapporto del 2014 di Save the children segnala ventisette milioni di bambini a rischio povertà o esclusione sociale in Europa con una crescita di quasi un milione in quattro anni (2008-2012) di cui mezzo milione in un solo anno, tra il 2011 e il 2012. Si tratta di una parte consistente della popolazione minorenne: il 28% dei minori nell’Unione Europea e il 33,8% in Italia.
La maggiore probabilità dei minori di diventare poveri dipende, in larga misura, dalle caratteristiche socio-demografiche delle famiglie cui appartengono. Il rischio di povertà è più alto sia tra i minori che vivono con un solo genitore, in genere la madre, sia tra quelli che hanno molti fratelli e sorelle. Nell’Unione Europea i più esposti, nell’assoluto silenzio dei politici, al rischio di povertà ed esclusione sociale sono i bambini e ragazzi rom, specie se vivono in campi, e i bambini e ragazzi che hanno almeno un genitore straniero, sia perché appartengono a famiglie mediamente più numerose di quelle composte da italiani, sia perché i loro genitori hanno redditi da lavoro mediamente più bassi.
Se l’assenza di occupazione degli adulti con cui vivono, o la sotto-occupazione è una causa diretta di povertà ed esclusione sociale per i minori, la maggior parte dei minori poveri vive tuttavia in famiglie in cui almeno un genitore lavora. Sono lavoratori e lavoratrici definiti working poor, cioè individui che, pur lavorando, guadagnano in media meno di 850 euro al mese e, conseguentemente, non riescono ad avere un reddito sufficiente per far fronte ai bisogni della famiglia.
La povertà non si manifesta solo nel vivere per strada o in un’auto o nel rimanere in condizioni igienico- sanitarie intollerabili e rischiose per la stessa sopravvivenza (si pensi alle condizioni dei campi rom), ma anche nel non avere accesso alle risorse minime per sviluppare le proprie capacità, per esempio nel sistema scolastico e nel sentirsi inadeguati o inferiori nel gruppo dei pari.
Dunque, che cosa significa essere poveri da bambini e da adolescenti in una società ricca e tecnologicamente avanzata. Alcuni studi sulla povertà minorile hanno individuato quali sono i beni /consumi la cui deprivazione fa sentire i bambini e gli adolescenti poveri: assenza in famiglia di un mezzo di trasporto proprio, non disporre di una propria camera da letto, non poter andare qualche giorno in vacanza, non avere un computer in casa e una connessione Internet, non avere un luogo in cui poter studiare, non possedere i libri di scuola e i materiali educativi, non poter invitare qualcuno a casa perché la casa non possiede le minime condizioni abitative. Alcuni di questi beni, di fronte alla soglia di sussistenza, possono sembrare superflui, ma non disporre di taluni beni, a una certa età, rischia di produrre emarginazione tra pari e anche esclusione dai processi di apprendimento.
In Italia, l’origine familiare conta moltissimo per la collocazione sociale che si ha da adulti più di quanto non sia attribuibile ai comportamenti individuali e questo fenomeno ridimensiona l’immagine che molti di noi hanno di una società aperta, ove le opportunità sono egualmente distribuite e il merito individuale premiato. L’unica “causa” della povertà dei bambini e dei minori è la loro appartenenza familiare. In società democratiche, come la nostra, è accettabile il fatto che l’appartenenza di nascita segni così profondamente sia il presente sia il futuro dei minori. La mancanza di risorse per una vita adeguata quali per esempio le condizioni abitative e l’accesso ai servizi educativi non provoca solo vergogna e isolamento nei minori, ma vincola le stesse possibilità di vita nella misura in cui non sviluppa le competenze necessarie nel mondo odierno. In molti casi, le condizioni sociali delle famiglie sono associate a carriere scolastiche brevi che non arrivano fino al diploma dell’obbligo. Per esempio, i cosiddetti NEET, giovani che non studiano e non lavorano, sono particolarmente concentrati nei gruppi sociali più poveri.
Dinanzi ad una miseria che avanza e allo smantellamento del welfare tornano ad affacciarsi nella legge di stabilità interventi tampone per le famiglie a basso reddito con minori. Tuttavia, sarebbe necessaria una prospettiva più ampia che avesse al centro il problema della mancata giustizia sociale che affligge il nostro Paese. A ricordarlo è la nostra Costituzione che esorta a rimuovere tutti gli ostacoli di varia natura che impediscono un’effettiva eguaglianza dei cittadini, adulti o minori. C’è bisogno di un progetto di redistribuzione e di rilancio sociale sulle politiche del lavoro e dell’abitazione, al tempo stesso bisogna difendere i beni comuni e negoziare nuovamente il debito pubblico per evitare che la produzione di risorse serva solo al pagamento degli interessi delle banche e non a sostenere le persone con investimenti pubblici.
Questi saranno i temi al centro dei dibattiti della Festa. C’è bisogno di legami, di vicinanza, di non essere soli per restituire giustizia, dignità e umanità alla nostra società.
Monica Parola

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