POST GLOBAL di Marco Gambaudo

Stretta-creditiziaGEOPOLITICA ED ECONOMIA NEL MONDO POST-GLOBAL. QUALE RUOLO PER LA SINISTRA?

Cosa si intende per “post-global”? Significa che nel nostro periodo storico, l’emergere di stati con ambizioni sovraniste (Russia, Cina, Iran, India, ecc.) sfida e modifica la configurazione unipolare stabilita de facto nel 1991, dunque infligge un colpo ad un sistema delle relazioni internazionali fondato sul dominio della potenza mondialista per eccellenza: gli Stati Uniti. Non distrugge ma sfida il World New Order.

Questa è la situazione che stiamo vivendo in un momento di declino, nell’ambito geopolitico, degli USA, che hanno miseramente fallito nel loro tentativo di egemonizzare il Medio Oriente (vedasi Egitto, con la presa del potere del generale Al-Sisi, non ostile a Mosca e deciso a debellare la fratellanza musulmana, e Siria, dove l’esercito di Bashar al-Assad, grazie al sostegno della popolazione, sta resistendo da oltre tre anni al terrorismo islamista foraggiato da Usa, Qatar, Francia, GB, Turchia e Arabia Saudita) con le cosiddette “primavere arabe”. Proprio in Siria si sta aprendo un altro fronte di guerra, con la discesa in campo degli Stati Uniti contro quei terroristi che hanno finanziato fin dal 2011 per far cadere Assad e distruggere la repubblica araba sul modello libico; ora, con il pretesto di fermare la loro avanzata, soprattutto in Iraq, riusciranno ad impiantare una base militare ai confini della Siria, per recuperare terreno dopo la perdita dell’alleanza con Il Cairo. Il ginepraio mediorientale ha obbligato pertanto l’amministrazione statunitense a ribaltare il governo in Ucraina e cercare di assoggettarlo a sé tramite la fidata e supina Unione Europea, per avvicinare ancor di più le basi NATO a Mosca. Proprio Mosca è l’obiettivo di Washington, da quando “l’era Eltsin” è terminata ed è cominciata “l’era Putin”, che ha riportato la Russia ad essere una potenza economica e diplomatica, dopo il decennio di annichilimento post-sovietico. Sì, perché se una nazione ritiene di poter decidere da sola quali scelte economiche prendere, quali relazioni internazionali avere, comincia ad essere inserita nella “black list” di Washington e ne verrà espunta solo quando un governo imposto con la forza tramite rivoluzioni colorate o brogli elettorali si dimostrerà fedele ai dettami della Casa Bianca.

Ed in tutto ciò, l’Unione Europea cosa fa? Nulla. O meglio, asseconda in tutto e per tutto il volere a stelle e strisce, appoggiando ogni decisione presa da Obama anche se contraria ai propri interessi, come, tanto per fare un esempio, le sanzioni imposte alla Russia. È stata stimata in un miliardo di euro annui la perdita di export dall’Italia verso la Russia a causa delle contro-sanzioni di Mosca, eppure si continua a proclamare un’uscita dalla crisi grazie all’Unione Europea, grazie al rigore, grazie ai folli vincoli sottoscritti a Maastricht, Lisbona, Roma ecc, in cui si va dall’astrusa teoria del 3% del rapporto deficit/PIL al fiscal-compact, passando per il pareggio di bilancio; tutte condicio sine qua non per rimanere nell’alveo di Bruxelles, dove poter continuare a perpetuare la dicotomica lotta di classe dall’alto verso il basso. Classi sfruttate che in tutta Europa sembrano però reagire, in modi differenti nei vari Paesi, in cui fioriscono movimenti e si rafforzano partiti che sono avversi alle politiche comunitarie, all’euro, al dominio mondialista. Questi movimenti non sono però tutti di sinistra anzi, molti non hanno una chiara identità ed altri ancora sono nettamente di estrema destra; alcuni avanzano proposte irricevibili, altri invece dovrebbero essere ascoltati. La domanda è: possiamo ancora permetterci oggi, dove le classi dominanti sono sempre più unite e globalizzate e politicamente socialdemocratiche o liberali, di storcere il naso e di demonizzare movimenti politici apertamente anti-mondialisti perché ritenuti “di destra”? Fino a che punto è ancora valida questa differenziazione davanti all’incedere del capitalismo postmoderno, non più dialettico come negli anni ’50-’60 ma totalizzante e fondato su paradigmi della liberalizzazione dei consumi nel mondo globalizzato, in cui anche Marchionne vota a “sinistra” perché avvertita maggiormente liberista e globalizzatrice della “destra”? La sinistra occidentale non è forse stata neutralizzata nel magma sotto-culturale del politicamente corretto, in base al quale è l’adesione all’odierna società dello spettacolo a definire il tasso d’integrazione politica dei militanti? Ecco i nodi che cercheremo di affrontare con Paolo Ferrero e Paolo Borgognone nel dibattito conclusivo della nostra Festa Rossa di Liberazione.
Marco Gambaudo

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