Territori occupati palestinesi: è cominciata la terza intifada?

IntifadaTerritori occupati palestinesi: è cominciata la terza intifada?

Da settimane nei territori della Cisgiordania e Gerusalemme est, occupati da Israele, l’escalation di violenza tra palestinesi e israeliani si è fatta durissima. Ad alcuni accoltellamenti da parte di giovani palestinesi a Gerusalemme est ai danni di cittadini israeliani, sono seguite durissime reazioni da parte dell’esercito un po’ ovunque, tanto che qualcuno ha già definito questa fase “Intifada dei coltelli” o “Terza intifada”, dopo quelle del 1987 e del 2000. Le violenze quotidiane, ad opera soprattutto dei coloni israeliani (dall’inizio dell’anno fino alla fine di ottobre i palestinesi uccisi dagli israeliani sono 106, tra Cisgiordania, Gerusalemme, Gaza e Territori occupati nel ’48), i soprusi, le ingiustizie quotidiane di ogni genere, la crescita dell’estremismo ebraico, insieme alla mancanza di prospettive politiche e diplomatiche hanno portato l’esasperazione attuale, all’interno della società palestinese, a livelli simili a quelli che c’erano al momento della seconda intifada; la convinzione che solo una lotta armata potrebbe portare alla nascita di uno stato palestinese è sempre più diffusa.
“Nelle ultime settimane le tensioni, sempre latenti in quest’area a causa di nodi da sciogliere che affondano le radici nel tempo, si sono acuite -racconta Stefania Caratti cooperante dell’associazione astigiana DI-SVI (DISARMO E SVILUPPO)- I continui episodi di violenza rendono pericolosi gli spostamenti nella Città Vecchia di Gerusalemme e nei Territori Occupati e questo, oltre a condizionare pesantemente la vita quotidiana di israeliani e palestinesi, ha ripercussioni anche sulle nostre attività”. Stefania, che sta seguendo per conto dell’associazione astigiana la realizzazione di un progetto socio-sanitario, ed è rientrata il 6 novembre dalla Palestina, spiega che il progetto, di durata triennale, è iniziato nell’Aprile 2015 ed è finalizzato al miglioramento della qualità della vita delle fasce più vulnerabili della popolazione nell’area meridionale del Distretto di Hebron, con il co-finanziamento del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
“Gli accordi di Oslo del 1993 tra il premier israeliano Rabin e il presidente dell’OLP Arafat –aggiunge Edoardo Angelino, vice presidente DI-SVI e responsabile del progetto in Italia- prevedevano la creazione di uno Stato Palestinese in Cisgiordania e a Gaza. Nell’immediato la Cisgiordania fu divisa in tre settori: Area A (17% del territorio, amministrazione civile e militare palestinese), Area B (24 % del territorio, amministrazione civile palestinese e militare israeliana), Area C (60% del territorio, amministrazione civile e militare israeliana). A distanza di oltre 20 anni, il progetto è bloccato e il processo di pace che doveva essere innescato da questi presupposti si è arenato. Nonostante i divieti e le proteste delle organizzazioni internazionali, gli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi sono andati moltiplicandosi: dati recenti ci dicono che oltre 300 mila coloni vivono in circa 135 insediamenti e 100 outpost in Area C e hanno ormai superato il numero degli abitanti palestinesi di questa zona.
L’occupazione militare israeliana è continuata e, con la costruzione del muro di separazione, i palestinesi sono sempre più sigillati in un’area grande quanto un quarto del Piemonte. Hanno grandissime difficoltà a ottenere passaporti e le auto con targa palestinese non possono uscire dai Territori. L’economia è stagnante (qualunque merce in entrata e in uscita è soggetta a permessi israeliani, l’accesso alle risorse idriche è in mano ad Israele) e il sostentamento della popolazione è sempre più difficile.
Si è creato un groviglio inestricabile: le tensioni producono atti di violenza da parte dei palestinesi, che inducono le autorità israeliane ad azioni sempre più repressive. Le fazioni intransigenti da entrambe le parti sono favorite: due popoli sono ostaggio di due estremismi”.
In questa situazione l’Ong DI-SVI, in collaborazione con il Ministero della Salute dell’Autorità Palestinese, cerca di alleviare le difficili condizioni di vita della popolazione agropastorale di sud Hebron in Area C.
Le attività del progetto riguardano la fornitura di prestazioni sanitarie alla popolazione di 15 comunità isolate attraverso due ambulatori mobili attrezzati, la formazione di operatori e l’allestimento di 3 centri di Primo Soccorso in collegamento con il servizio di emergenza medica locale, il miglioramento della salute delle greggi attraverso incontri di educazione veterinaria con i pastori e la distribuzione di kit per l’assistenza ai parti animali. Inoltre è previsto l’acquisto di 32 montoni da riproduzione per incrementare il reddito dei pastori della comunità beduina di Dkaika, situata a poche centinaia di metri dal muro di separazione, nei pressi di insediamenti israeliani.
“Per chi è interessato ad approfondimenti e a conoscere chi opera da anni nei territori palestinesi –aggiunge Angelino- DI-SVI ha sede ad Asti, in via Bigatti 14 (nei pressi di Piazza Dante), può chiamarci dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 13 al numero 0141/31306 italia@disvi.it, www.disvi.it.

Pinuccia Arri.

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